Ho impiegato un po’ di tempo prima di iniziare a scrivere queste righe. Prima che arrivasse Lemmy in Sardegna era mia semplice intenzione testimoniare il suo passaggio con una intervista per Motorhead Italia. Invece quando incontri Lemmy i pensieri scorrono a fiumi ed è così che mi sono ritrovato a scrivere considerazioni sul personaggio con la scusa, appunto, dell’intervista. Quando Lemmy era ormai lontano ho deciso che non lo intervisterò mai più, di fronte al registratore ha perso la sua naturalezza ed è diventato un po’ troppo serio per come mi ero abituato a vederlo. Ho preso questa decisione anche perché io non sono bravo a manipolare una intervista come fanno tutti gli addetti della carta stampata. No, mai più interviste, queste cose le lasceremo fare agli altri.
Lemmy di primo acchito sembrerebbe una persona non facile da gestire, tutto sta a prenderci confidenza e quindi scoprire la persona molto fuori dal comune che lui è.
Un uomo molto scaltro e con una cultura storica di molto fuori dalla norma, durante i nostri giri in macchina si è addirittura messo a parlarmi di storia della Sardegna (“un inglese che è venuto a parlare a me della Sardegna, roba da matti”, mi sono detto).
Una persona che comunque, pur avendo la sua forza interiore e la sua umanità, a volte mostra le sue debolezze e i suoi vizi, miscelati con la fame di chi ancora vuole esserci e arrivare, nonostante tutto il mondo del rock conosca già da tempo il suo nome. E sono convinto che sia proprio questo il segreto del suo costante successo.
Lemmy è una persona piena di energia e di vita, che raramente ho visto di cattivo umore. Solo dopo la sua partenza ho realizzato che stavo andando in giro con una persona di ventisei anni più grande di me. Non me ne accorgevo proprio. E che lo spirito di Lemmy abbia la metà dei suoi anni anagrafici viene dimostrato anche da come attiri ragazze che hanno la metà della sua età come mosche al miele (sono testimone oculare). Una sera una ragazza mi ha anche spiegato “perché Lemmy è così sexy”.
E’ quasi inutile rimarcare che i Motorhead sono Lemmy e Lemmy è i Motorhead. Potrebbe sostituire i suoi attuali compagni con un altro chitarrista ed un altro batterista, ma il fulcro del gruppo rimarrà sempre lui, con il suo talento, il suo grande carisma e la sua determinazione.
Il succo dei Motorhead si può riassumere in una corsa in macchina, come è avvenuto due sere prima del concerto a Sarroch quando Lemmy, sprezzante del pericolo, mi ha invitato a schiacciare l’acceleratore. Andare piano non è rock’n’roll, decisamente. Anche Phil e Mikkey si sono rapidamente dovuti abituare all’idea di esasperare la musica, nel modo di suonare e nel volume degli amplificatori. “Lemmy vuole che pesti sulla batteria”, disse Mikkey durante una sua visita a Roma.
“Non ho mai cercato il rock’n’roll, è stato lui a trovare me”
Questa è la frase più bella che gli ho sentito pronunciare in Sardegna. Parole che esprimono il suo essere, il suo atteggiamento. Lemmy vive il rock’n’roll in continuazione, tutto ciò che fa è rock’n’roll. Il rock’n’roll è una forma mentis, è necessario viverlo per sentirlo, è uno stile di vita che va al di là della musica in se stessa e credo che su questo siate tutti d’accordo.
Mi ricordo di quando Dave Grohl (Nirvana, Queen of the stone age, Probot, Foo Fighters), a seguito della registrazione di Shake Your Blood con Lemmy, tirò fuori il paragone più ardito che possa fare una star americana del rock : "Il vero re del rock'n'roll è Lemmy. Vaffanculo, Elvis". Dave Grohl ha detto qualcosa che fra i comuni amici del leader dei Motorhead era risaputo. Una carriera irripetibile, Lemmy vive giorno per giorno il rock'n'roll sulla sua pelle, coinvolgendo tutte le persone che hanno a che fare con lui. E' inutile girarci intorno, di Lemmy non ne nascerà più un altro.
Pensare e vivere rock’n’roll in ogni momento è alla base del duraturo e costante successo dei Motorhead. Certo, ci sono stati i momenti per preoccuparsi, del resto trent’anni sono lunghi da passare. Abbiamo visto numerosi gruppi sciogliersi o rimanere nel limbo in attesa di tempi migliori (quante reunion abbiamo visto negli ultimi tempi?), ma i Motorhead sono riusciti sempre a rimanere al loro posto.
19 agosto 2005 Incontro Lemmy per questa mini intervista concessa per Motorhead Italia il pomeriggio prima del concerto. Ha trascorso tutto il giorno all’albergo, andrà al concerto solo al momento giusto. I roadies si occuperanno del soundcheck, niente di complicato in un posto all’aperto.
Entro nella sua camera. La sera prima l'ho riaccompagnato in albergo alle 7 del mattino, mi dice di non aver dormito. Sul tavolo ci sono gli avanzi di un pasto frugale, vedo pezzi di pane carasau (un tipico pane duro sardo in fogli che si spezza e si mangia a mo’ di cracker), un vasetto di quello che mi sembra formaggio in crema e una bottiglia di brandy. Per terra i suoi stivali bianchi (quelli del Gods of Metal del 2003), altri vestiti, un CD di una cover band francese e altri oggetti. Mi avvicino per porgergli un secchiello di ghiaccio preso al bar. Mi ha chiesto di portaglielo prima di salire: “il ghiaccio è tutto qui - gli dico - hanno la macchinetta mezzo guasta”. Lemmy guarda il secchiello, borbotta un fuck off e poi mi invita a sedermi.
Stefano: cerco di fare in fretta, lo so che non ti piacciono le interviste.
Lemmy: non è che non mi piacciono le interviste, non mi piacciono le domande stronze dei giornalisti!
S: tipo “cosa è cambiato nella musica dei Motorhead negli ultimi vent’anni?” :-)
Ho sentito molti fan lamentarsi del fatto che portate cambiamenti troppo piccoli alla scaletta da tour a tour.
L: Siiiii?! (sorride tipo “non me ne frega niente”)
S: Com’è maturata la decisione di cambiare così tanto la scaletta per il tour di Inferno?
L: Ho voluto cambiarla perché sentivo di farlo, è stata una decisione tutta mia.
S: (Mah… cambiamo discorso…) La tua autobiografia è stata un successo però, per quanto riguarda il titolo La sottile linea bianca (titolo originale tradotto dall’inglese “La febbre della linea bianca”) credo che tu sia stato travisato. Ma non intendevi, per linea bianca, la linea di mezzeria delle strade anziché la striscia di…
L: Ambedue i significati.
S: (Ecco uno dei suoi vizi, non far finire le frasi) Cioè ti riferisci sia alla linea di mezzeria che ad una linea di cocaina?
L: No, mi riferisco alla linea di mezzeria e ad una linea di speed (cioè anfetamine).
S: In un passo del tuo libro parli del primo concerto dei Motorhead, racconti di un intro che era il rumore di una marcia militare. Eppure ascoltando il nastro di quel concerto ho sentito come intro un discorso di Hitler…
L: Non ho bisogno di Hitler! Vaffanculo a lui!
S: (E fammi finire la frase!) E’ possibile che fosse qualcosa che non hai sentito?
L: Impossibile, all’inizio del concerto ho fatto mandare una marcia militare. Quel discorso di cui parli è senz’altro roba che è stata aggiunta alla registrazione a posteriori.
S: Magari più tardi ti faccio sentire un nastro…
L: Non lo voglio sentire! Abbiamo suonato da schifo quella sera! Che canzoni di merda poi che abbiamo messo in scaletta, “Good morning little schoolgirl”! “Waiting for the man”! Per carità!
Lemmy ha nel suo lessico qualche parola di gergo americano, ma quando alza il tono viene fuori tutto il suo tipico accento british, cosa che mi diverte molto! 
S: (Un successone questa domanda sul primo concerto, non c’è che dire! Beh, almeno è stata fatta chiarezza) Senti, l’anno scorso al Gods of Metal avete suonato la stessa sera degli WASP (Lemmy sbotta in una risata), avevate il camerino di fronte a quello di Blackie Lawless. Ti sei incrociato con lui? Vi siete parlati o salutati?
L: No, sinceramente non mi ricordo, ma mi sembra di no. Abbiamo iniziato un tour negli USA con gli WASP nel ’97, poi abbiamo mollato perché il comportamento di Blackie non è stato molto professionale. (Lemmy finisce la frase chinando il capo e tradendo amarezza. Volevo fargli un’altra domanda ma capisco che è meglio lasciar perdere).
S: Al Gods of Metal dell'anno scorso i gruppi più grossi erano tutti di persone emerse, come voi, negli anni settanta. Alla fine i vecchi gruppi come i Motorhead sono quelli che rimangono in auge, come lo spieghi?
L: Quando ho iniziato si lasciava molto spazio alla creatività, fino agli anni settanta era molto più facile emergere, adesso invece è un casino.
S: (Il solito discorso che ora le case discografiche lavorano on demand) Rimango sorpreso quando ai festival vedo una pletora di persone che indossano la maglietta con lo snaggletooth (la testa-logo dei Motorhead), ne ho viste tantissime soprattutto al Gods di due anni fa. Come giudichi questa cosa?
L: La verità è che lo snaggletooth continua ad andare di moda, ecco perché lo indossano. Sono sicuro che la maggior parte di quelle persone neanche ascolta i Motorhead.
S: Lo scorso giugno c’è stato il trentesimo anniversario, come mai non avete avuto ospiti speciale come per il venticinquesimo?
L: Avrei voluto Philthy Animal ma non può uscire dagli USA, sta vivendo in uno stato di illegalità. (Con questa risposta ha cercato di dribblare l’argomento e infatti non insisto).
S: Cosa senti quando suoni, adesso che sono scoccati i trent’anni di carriera dei Motorhead?
L: Ogni volta che salgo sul palco ho paura, come se stessi affrontando la morte, ma mi riprendo dopo un po’. 
S: Qual è stato il momento più felice per i Motorhead e qual è stato quello più difficile?
L: Il momento più difficile è stato quando è arrivato Brian Robertson, il più felice quando Brian se n’è andato! Ha!
No, il momento più felice è stato quando è uscito No Sleep ‘til Hammersmith.
S: Cosa stai ascoltando adesso?
L: Skunk Anansie ed Evanescent. Ma i miei preferiti di sempre sono i Beatles, Little Richard e Chuck Berry.
S: Quando arriverà il tuo disco solista?
L: Non so, ho pronte otto canzoni adesso, ne vorrei registrare altre cinque. Il problema è che mi manca il tempo. I Motorhead prima di tutto.
Ritorna allo speciale Motorhead in Sardegna. Clicca qui!
Articolo e intervista di Stefano Loi - © Motorhead Italia, dicembre 2005
|